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Dialogo sulla guerra

  • Categoria dell'articolo:Educazione


“Maestra, parliamo un po’ della guerra?
Ale, ma ne abbiamo parlato anche ieri.. e l’altro ieri.. oggi dobbiamo fare un po’ di geografia.
Ma maestra, se non ne parliamo con te non ne parliamo con nessuno!
Alessandro, se chiedete anche alle altre maestre, loro vi diranno ciò che volete.
No, non è vero. Loro dicono che non hanno tempo perchè dobbiamo studiare sennò non finiamo il programma per giugno.
Ok, va bene… Oggi ne parliamo di nuovo. Ma vi invito a fare domande anche ai vostri genitori.
Maestra allora non hai proprio capito.
Cioè?
Io a casa non ne posso parlare proprio. Mio padre proprio non vuole.
Ale, gli hai chiesto come mai non vuole parlarne con te?
Sì. Ha detto che non gli devo chiedere nulla. Che io non devo pensare a queste cose brutte. Devo pensare solo a divertirmi.
E tu come ti sei sentito quando ti ha detto questa cosa?
Beh… da un lato bene perchè ho capito che mi vuole bene; dall’altro proprio arrabbiato: ti pare che non posso parlare della guerra quando ci sono altri bambini come me che muoiono?
Ma tu ci pensi spesso alla guerra?
Si. Cioè è strano. Nel senso che io per esempio gioco alla Play ma una parte del mio cervello pensa sempre alla guerra. Però nel frattempo mi diverto. Poi maestra io lo so che non è così solo per me. Perchè mentre giochiamo collegati, io e i miei amici ci facciamo le domande sulla guerra. Ad esempio, stamattina mentre giocavamo abbiamo visto quanti abitanti aveva la Russia e quanti l’Ucraina per capire quante persone potevano morire. Quindi, maestra, oggi parliamo della guerra, così ci fai capire meglio e siamo meno preoccupati… Non spiegare geografia, la facciamo da soli, ce la facciamo spiegare a casa: per una volta non muore nessuno…”

Alessandro, 8 anni

Se ripenso a questa conversazione, per descriverla mi sovviene solo una parola, che urla a gran voce: coraggio.
Coraggio di voler sapere, vedere, capire, partecipare, contribuire, di prepararsi alle alternative della realtà.
Coraggio a prescindere da quanto siamo coinvolti, da quanto possiamo fare.
Coraggio a prescindere da quanti anni abbiamo.

Se poi mi chiedo: cos’altro ti sovviene?? In sottofondo, penso alla parola (un po’ forte) codardia.
Noi docenti, noi genitori, noi educatori, noi adulti che ci sottraiamo al nostro dovere di spiegare le cose scomode, pericolose, complesse, disgustose, trincerandoci dietro ai pensieri:
… sono piccoli, non capiscono!
… sono ragazzi, hanno bisogno di divertirsi!
… sono cose da adulti, potrebbero spaventarli e traumatizzarli!
Ma dietro queste frasi si nasconde tutto il nostro senso di inadeguatezza, di paura, di protezione, di vergogna per ciò che gli stiamo lasciando, di assenza di parole per giustificare questo scempio.

Il punto è sempre lo stesso: non esiste un corso per genitori, non esiste un corso per educatori.
Ci insegnano come allattare e cambiare i pannolini, come insegnare matematica o letteratura… ma nessuno ci insegna come educare all’amore, al dolore, alla gestione della paura e di tutte le altre emozioni.
E quindi succede che ci costruiamo dei preconcetti, che facciamo degli errori di valutazione, dove l’errore più grande è addirittura: non cogliere un bisogno dichiarato.

Freud diceva: “Non risparmiate ai bambini il male!”.
Che vuol dire?
Vuol dire che dobbiamo fargli vedere anche le cose dolorose, renderli partecipi (a prescindere dalla loro età) dei mali della vita perchè loro saranno in grado di comprendere limitatamente alle loro capacità di competenza e conoscenza.
Vuol dire anche un’altra cosa: non doverci preoccupare dell’impatto che quel “dolore” avrà su di loro perchè loro saranno in grado di contenerlo in base alle loro capacità.
Ad oggi, le nostre parole diventano necessarie in quanto devono spiegare immagini e frasi che la stampa, i social e gli adulti per strada usano per gli altri adulti, a cui però i bambini hanno accesso libero.
Le nostre spiegazioni, oggi, sono indispensabili per i nostri ragazzi per ridimensionare ciò che hanno visto e che non era destinato a loro.

Cosa accade quando li teniamo fuori dai dolori del mondo?
Sicuramente ci evitiamo il peso di una conversazione complessa.
Ma qual è l’impatto su di loro?
Li illudiamo che il mondo sia un luogo dove va sempre tutto bene rendendoli, come dice il filosofo Galimberti, non idonei alla vita.

Allora prendiamo esempio dal coraggio dei nostri ragazzi e proviamo a conversare con loro… meglio sentirci inadeguati noi per 15 minuti, piuttosto che rendere inadeguati loro per la vita.