Intervista al prof. Tessitore

Intervista al prof. Tessitore

Professor Tessitore, lei è un docente di informatica della scuola secondaria di II grado e ad un certo punto della sua carriera, ha deciso di lavorare in carcere con i detenuti.
Le chiedo di scegliere una carta Points of You che, in qualche modo, la rappresenti nel ruolo di professore.

Scelgo la carta FIDUCIA perché la fiducia è alla base del rapporto alunno-professore.
La fiducia, troppo spesso, viene data per scontata.
E questo diventa il primo passo verso un’imposizione educativa da parte del docente e un ruolo passivo dell’alunno. In qualsiasi contesto.
La fiducia è anche alla base di un’organizzazione più ampia che riguarda i rapporti tra il docente, ospite della struttura detentiva, la professionalità del corpo della polizia penitenziaria, gli educatori e i detenuti.

Oggi si parla spesso di emergenza educativa, portata maggiormente alla luce dalla DAD.
Molti pedagogisti intravedono, alla base di questa, una scarsa motivazione sia da parte dei docenti che degli alunni.
Parlando di motivazione, cosa l’ha spinta a scegliere di insegnare in carcere?

Per circa l’80% dei docenti, questa difficilmente è una scelta volontaria. Le graduatorie dei docenti sono ancora sature e la scelta del carcere è una delle strade veloci da percorrere per guadagnare l’immissione in ruolo.
Parliamoci chiaro: con la visione che la società ha del carcere, anche grazie ai media, come potrebbe mai un docente scegliere i detenuti di un carcere come alunni?!
I media hanno contribuito alla demonizzazione delle carceri: sembra che in quei luoghi non ci siano esseri umani in grado di stabilire relazioni con gli altri. Si sceglie di parlare solo delle condanne e mai dei percorsi rieducativi, previsti dall’art. 27 della nostra Costituzione.
La maggior parte delle persone nemmeno sa che esiste la scuola in carcere e che la presenza di questa ha fatto crollare il numero di suicidi.

Se l’opinione sulle carceri è negativa, qual è stata l’emozione che ha accompagnato il suo primo giorno di lavoro? Si sentiva più un eroe o un condannato?
No! Quale eroe!
Ero spaventato da quello che, dall’esterno, tutti conosciamo, e disorientato perché non sapevo davvero nulla di ciò che mi aspettava. Nessuno ti prepara.
Ciò che più mi ricordo del mio primo giorno, oltre al grigio sovrastante delle pareti, è il rumore metallico dei numerosi cancelli che si chiudevano dietro di me, man mano che avanzavo.
Ma c’è anche un’altra cosa: la perquisizione, gli agenti e lo sguardo dei detenuti che incontri lungo il tuo cammino, dietro le sbarre.
Quello che, invece, mi spiazzò in qualità di docente, fu l’impatto con la classe: estremamente eterogenea per età e conoscenze.
Mi resi subito conto che tutto ciò che avevo fatto in classe prima di quel momento, non sarebbe servito a molto: c’erano persone che avevano frequentato la terza media con scarse competenze acquisite, ed altre che erano laureate ed estremamente competenti.
Detenuti di ogni genere, anche accusati di reati di omicidi, associazioni di vario tipo, traffico di droga, truffa e corruzioni gravi, tra cui quelle di imprenditori e politici.
E devi essere il prof di tutti, nessuno escluso, ingaggiandoli a tal punto da stimolare la loro attenzione per più dei loro canonici sette minuti.

Professore, ci ha parlato della motivazione estrinseca che l’ha spinta ad accettare questo incarico.
Ma parliamo, ora, della motivazione intrinseca che l’ha spinta a restare. Cosa la fa alzare ogni mattina e la spinge a sentire, pieno di energia, il rumore di tutti quei cancelli che le si chiudono alle spalle?

Intanto le dico che il carcere, all’interno, non è quello di cui si parla all’esterno: l’umanità, la solidarietà, l’autenticità, la connessione profonda che ho trovato in carcere, non l’ho mai trovata fuori.
É difficile spiegare a parole ciò che mi ha spinto a restare ma, forse, per farla breve, direi il rapporto che si crea nel team della rieducazione: tra educatori, docenti, agenti e detenuti.
Insegnare in carcere è un processo di trasformazione da docente a volontario.
É un processo profondo che riguarda la tua identità: ti spogli di tutto ciò che sei fuori nella società e lì dentro ritrovi la tua nuda essenza. Ogni professore, in qualsiasi scuola, deve guadagnarsi il rispetto degli alunni e, in carcere più che altrove, te lo guadagni attraverso l’onestà di mostrarti chi sei davvero: se non ti togli la maschera dell’ipocrisia, sei fuori.
In aula è tutto nudo e crudo: io sono un prof e loro non sono alunni “qualunque”, sono alunni detenuti. E come tali vogliono essere trattati. Non si deve edulcorare o alterare la realtà.
Entri in punta di piedi e, se riesci ad essere autentico, con il tuo esempio di legalità e valori, diventi la loro guida. Nonostante abbiano intrapreso strade illegali.

Parlando sempre di motivazione, passiamo a quella degli alunni.
Essendo alunni particolari in classi eterogenee per età e livello d’istruzione, come li ingaggia?

Anche per gli studenti, come per noi docenti, va fatta una distinzione tra l’inizio e il percorso.
Scelgono di frequentare la scuola perché li aiuta nella valutazione, da parte del magistrato di sorveglianza, del loro percorso rieducativo che può dare loro benefici quali: permessi, premi, riduzione della pena, affidamento al lavoro e semilibertà.
Ma è poi nella capacità del professore fare in modo che quelle ore non siano un momento di caos ed anarchia.
Quando entro in aula, cerco di capire quali sono le emozioni prevalenti del gruppo: lo stato emotivo è molto incostante e, spesso, dipende dagli incontri con i familiari e le notizie che vengono da fuori.
Essendoci tanta solidarietà tra i detenuti, non è possibile fare lezione se uno di loro è triste, preoccupato o pensieroso.
Quando accade parliamo in plenaria, ognuno dà il suo contributo e solo quando abbiamo risollevato l’umore, allora passiamo alla parte “tecnica” della lezione.
E anche la lezione didattica parte sempre da qualcosa vicina al loro mondo.
Questa cura della costruzione della lezione ad hoc crea connessione: li fa sentire importanti per te, e tu diventi il loro leader positivo, un vero punto di riferimento.
É per questo che hai la responsabilità di ricordargli che hanno potenzialità che vanno al di là della loro pena: sei lì per indicargli la strada del pensiero positivo che porta al cambiamento.

Ci ha detto che non è semplice motivare i suoi alunni. Nella sua carriera, c’è stato un alunno la cui conquista è stata più difficile degli altri?
La storia di N. di 22 anni, condannato a 16 anni per associazione camorristica.
Prima però ci tengo a spiegare una cosa: quando i detenuti arrivano in carcere e immediatamente iniziano a frequentare la scuola, rivedono nella scuola l’ambiente esterno e tendono ad avere in classe lo stesso comportamento che hanno fuori.
Così N. rifiutava il nostro ruolo istituzionale e aveva atteggiamenti da bullo con tutti i docenti.
“Professò, questa lezione oggi non la facciamo”.
Un giorno, i ragazzi detenuti del suo gruppo fedele, continuavano a disturbare la classe, con atteggiamenti prepotenti da bulli, impedendomi di fare lezione.
Ormai era diventata una routine e questo accadeva anche con i miei colleghi.
Quel giorno ero esasperato perché tutti noi avevamo ormai perso autorevolezza.
Così presi il coraggio a quattro mani, chiusi la porta dell’aula (in realtà una cella un po’ più grande del sotterraneo) e affrontai il gruppo. Dissi loro che avevamo un problema, che doveva assolutamente essere risolto, che non avrei chiesto l’intervento agli agenti e che dovevamo discuterne tra di noi.
Il mio discorso, i cui ingredienti alla base erano lealtà, rispetto e fiducia, colpì N. a tal punto che non solo ordinò ai suoi amici di battere la ritirata, ma da quel giorno e negli anni a seguire, divenne il più grande sostenitore della scuola e di noi docenti.
Nel tempo gli ho affidato ruoli di tutoraggio e responsabilità di progetti extra-scolastici, tanto da meritare un encomio per il percorso rieducativo intrapreso.

La ringrazio per il dono che oggi ci ha fatto nel condividere con noi la sua esperienza.
La lasciamo con una sua riflessione su un tema importante:
Secondo lei, quanto contano le emozioni nell’apprendimento?
Sarebbe importante insegnare l’alfabetizzazione emotiva in classe? E riterrebbe opportuna una formazione ai docenti sull’Intelligenza Emotiva?

Le emozioni sono fondamentali nell’apprendimento; come ho chiaramente già espresso nei miei racconti, se non c’è uno stato emotivo sereno, non si apprende. Io dedico sempre la prima parte della lezione ad instaurare un clima sereno, aperto all’apprendimento.
Sarebbe rivoluzionario insegnare alfabetizzazione emotiva in classe; credo che se lo si facesse, ogni ragazzo sarebbe più consapevole dei suoi sentimenti e di quelli degli altri. Questo riuscirebbe ad evitare una serie di problemi sociali che ci stanno sfuggendo di mano: bullismo e aggressività generalizzata che sono alla base di gravi vicende di cronaca ormai quotidiane che vedono protagoniste persone che non hanno consapevolezza di sé e dell’impatto emotivo che le loro parole ed azioni hanno sull’altro.
Avere una maggiore consapevolezza emotiva darebbe ad alcuni ragazzi la forza d’animo e i giusti strumenti per scegliere una strada alternativa a quella dell’illegalità.
E’ ormai indispensabile formare i docenti sull’intelligenza emotiva perché è l’unica arma che abbiamo per formare degli uomini con valori e principi. Tutto questo, in qualsiasi contesto educativo ci troviamo.. e in qualsiasi ordine e grado.

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